La “patacca” di Rai Uno con l’improbabile brigante

Se Rai Uno voleva presentare una puntata della serie Beautifull, poteva farlo, senza scomodare Carmine Crocco, il brigantaggio, il risorgimento e l’unità d’Italia. Le due puntate dello sceneggiato si sono risolte in un inanellarsi di storie d’amore, di corna e di riappacificazioni dove i buoni sentimenti, alla fine, l’hanno avuta vinta.

Ma cosa c’entra la storia? Questo povero nostro Paese avrebbe bisogno di filmati onesti per sapere e per capire e si ritrova dei polpettoni che, piuttosto, aumentano la confusione.

Certo, il Carmine Crocco che entra a Potenza, alla testa dei garibaldini, per proclamare l’indipendenza, dovevano risparmiarselo. E il battesimo della figlia – “Libera” – avvolta nel tricolore è un altro dettaglio che, per pudore, poteva essere evitato.

La vera – clamorosa – menzogna è consistita nel presentare il brigantaggio come preesistente all’unità d’Italia e inserire Carmine Crocco in una banda di fuorilegge che, solo eccezionalmente e solo per un momento, hanno accettato di indossare la casacca della politica.

Niente di più falso. Crocco, prima di Garibaldi, non viveva alla macchia e quando capeggiò una banda di rivoltosi lo fece per difendere la propria terra dai piemontesi che l’avevano invasa. Dopo…avvenne dopo… Lo seguirono in mille e altre decine di migliaia lottarono – e morirono – perché volevano governare il loro presente e decidere il loro futuro.

L’argomento non è semplice.

Difficile condensare in una pellicola le vicende (anche complesse) che hanno portato una classe dirigente ad abbandonare il Borbone per schierarsi con i Savoia.

Difficile spiegare che chi voleva la repubblica si è ritrovato una monarchia, anche abbastanza ottusa.

Difficile dare conto di una popolazione che, inizialmente, ha anche parteggiato per Garibaldi che prometteva “la terra ai contadini” ma che, da subito, ha compreso che “si stava meglio quando si stava peggio”.

Gli sceneggiatori di Rai Uno hanno risolto le questioni evitandole e si sono rifugiati nei buoni sentimenti degli innamorati, convinti che l’amore trionfa. Mostrare – per esempio – una rappresaglia piemontese (una delle tante che hanno martoriato il Meridione) poteva disturbare i telespettatori della prima serata.

Ma un approfondimento – anche cinematografico – di quei tempi e di quelle vicende non è impossibile. I “Briganti” di Pasquale Squitieri sono uno splendido esempio di trama avvincente, coerenza storica e onestà intellettuale. Il che spiega perchè quella pellicola è stata boicottata e, per vederla, occorre procurarsela “en clandestine”.

da: http://altrorisorgimento.wordpress.com/2012/02/14/la-patacca-di-rai-uno-con-limprobabile-brigante/


Noi del FLN – Fronte di Liberazione della Napolitania non possiamo far altro che prendere atto di questo scempio cinematografico e continuare a premere sul nostro popolo che viene continuamente martoriato nella coscienza e storicamente mistificato. Almeno avessero fatto sentire il discorso di Francesco II: ”Ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori d’un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed Ancona. Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e fatte violare tutte le leggi, per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari”.


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L’urlo d’orgoglio di Napoli

On 2012/02/05, in Senza categoria, by antonio

Al grido di “Il sud non è una colonia!” Napoli ha alzato di nuovo la voce. Dopo la spontanea manifestazione di solidarietà verso la mobilitazione dei siciliani contro la politica italiana del 23 gennaio, ecco che ieri Napoli ha voluto dare un forte segno di orgoglio e alcune centinaia di persone hanno sfidato il freddo per puntare il dito contro quest’italia che continua da 150 anni a opprimere la nostra Capitale.

Una rappresentanza locale del FLN ha preso parte a questa iniziativa antipartitica sventolando la bandiera della Napolitania, insieme ad altri movimenti identitari come Rinascita del Sud, Insieme per la Rinascita, Insorgenza Civile, fortemente rappresentato e organizzatore, Vanto e Mò Bast contro il caro assicurazioni.

L’idea indipendentista del FLN non poteva mancare in una scossa d’orgoglio di Napoli e ha saputo distinguersi al momento opportuno, assieme agli altri movimenti, astenendosi dai cori anti De Magistris di  Insorgenza.

C’è una forte presa di coscienza tra la gente ormai stanca dei soprusi politici, ormai non vuole più essere costretta a subire, Napoli vuole reagire. E’ l’inizio di una svolta? Il Fronte di Liberazione della Napolitania ci crede, perché ha fiducia nel popolo napolitano.

 

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Olocausto Napolitano

On 2012/01/28, in Articoli, Storia, by antonio

by Vincenzo Russo

È il 27 gennaio e tutti i wanna-be democratici d’Italia si apprestano, puntuali come sempre nel dimostrare la loro presunta grandezza morale, a commemorare il Giorno della Memoria, una ricorrenza istituita con tanto di legge dal Parlamento italiano «che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazifascismo». Giustissimo, per carità.1

Tuttavia voglio andare a toccare un argomento che purtroppo la maggioranza dei cittadini di questo paese ancora ignora. Infatti, le istituzioni di questo paese, prima ancora della pur doverosa commemorazione delle vittime del nazifascismo, dovrebbe occuparsi di ristabilire dignità e rispetto, e perché no, anche un po’ di verità: ricordare allo Stato tutto che se esso esiste è grazie anche all’Olocausto Napoletano.2

Lapide commemorativa in onore delle vittime napolitane posta all'interno del ForteLapide commemorativa in onore delle vittime napolitane posta all’interno del Forte di Fenestrelle (Torino) 

 

«Olocausto Napoletano» non è un’espressione riconosciuta ufficialmente, ma dati la definizione antonomastica di «olocausto» e i dati che sto per citarvi, l’accostamento spiega in due parole quello che invece io dovrò spiegarvi usandone qualcuna in più, ma che vi anticipo con una triade scioccante: un milione di mortideportazionileggi razziali. Tutto a danno di quelli che oggi chiamiamo meridionali.

Premessa

Correva l’anno 1860 e a quei tempi con il termine napolitano si indicavano gli abitanti e il territorio della parte continentale del Regno delle Due Sicilie. A seguito di quella che molti di voi conoscono come «liberazione»,3 ma che in realtà fu invasione, scoppiò il fenomeno oggi conosciuto come brigantaggio, che per lungo tempo interessò soprattutto la parte continentale delle Due Sicilie.

Questa non è la sede per i dettagli, quindi vi dirò seccamente: i briganti non erano, per la maggior parte, realmente tali. Per citare la famosissima frase di Gramsci: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».4

Erano in pratica dei partigiani in difesa della indipendenza della propria terra. Tra le loro fila, oltre ai contadini, si unirono numerosi soldati dell’esercito borbonico ormai sciolto dopol’ultima resistenza a Gaeta.

Un milione di morti

Sebbene le stime ufficiali non si siano volute spingere oltre i 250.000 morti, Antonio Ciano, nel suo libro «I Savoia e il massacro del Sud», parla di un milione di morti uccisi,5 cifranon inverosimile dal momento che il corpo di occupazione piemontese, «che disponeva ormai di tutta la forza d’Italia» (cit. Francesco II), compresa la guardia nazionale di trista memoria, assommava, nel 1865, anno del massimo sforzo contro la resistenza meridionale, a mezzo milione di uomini. «Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, dè carcerati dal Piemonte, per soggiogare il Regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto…» riferisce La Civiltà Cattolica (Serie IV, Vol. XI, 1861, pag. 618). Come dire che i morti, nel mese di agosto del 1861, superavano già di gran lunga il milione trecentomila.6

L’azione piemontese era talmente scandalosa e cruenta che persino Massimo d’Azeglio, il quale ebbe già a scrivere, in una lettera privata, che «unirsi ai Napoletani è come giacere con un lebbroso», fu costretto a dichiarare pubblicamente «[...] so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni [per tenere il Regno] e di là si [...] si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti [...] Agli italiani che, rimanendo italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate».7

Gli eccidi

Un pensiero particolare a tutti quei paesi che l’occupazione piemontese ha spazzato via dalle carte geografiche o, quando non c’è riuscita, ha ridimensionato considerevolmente. Simbolo di questi avvenimenti è il massacro di Pontelandolfo e Casalduni.8 «Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra» ordinò CialdiniNegri.9 A operazione compiuta quest’ultimo rispose: «Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora».10 «Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava»11 [...] «Non si poteva stare intorno per il gran calore. E quale rumore facevano quei poveri diavoli che per sorte avevano da morire abbrustoliti sotto le rovine delle case. Noi, invece, durante l’incendio, avevamo di tutto: pollastri, vino, formaggio e pane».12

Il Lager di Torino

Il Forte di Fenestrelle fu usato dai Savoia per deportare soldati borbonici.13 Le stime ufficiali arrivano a 24.000 soldati deportati (per alcuni dei quali, pochi invero, oggi conosciamo i nomi e l’età), lasciati morire di fame e di freddo, e i cui corpi furono sciolti nella calce viva collocata in una grande vasca, ancora oggi visibile, situata nel retro della chiesa all’ingresso del forte. All’interno del forte ancora oggi si legge la frase: «Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce». La stessa frase si ritroverà anni dopo ad Auschwitz.14

Altri tentativi di deportazione

«Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dal Belpaese. In Patagonia, per esempio». Intenzioni e progetto portano la firma di un presidente del consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea. Siamo nel 1868.15 Si provò ripetutamente a chiedere un’area di deportazione a diversi governi, come quello inglese e quello argentino. Tutti i tentativi fallirono, perché nessuno riuscì a trovare il modo di giustificare una aberrazione simile.

Leggi razziali

La Legge Pica, varata nel 1863 e prorogata più volte, autorizzava difatti lo stato d’assedio nelle regioni meridionali della penisola e successivamente anche nella Sicilia. Ciò, unito alle teorie di antropologia criminale di Cesare Lombroso, secondo le quali era, in pratica, possibile decretare che una persona fosse un brigante o un criminale in base alle sue fattezze, causò una pulizia etnica di fatto.

Oggi, in nome di Cesare Lombroso, troviamo un museo di antropologia criminale,16 guarda caso a Torino. Questo museo è in pratica una fossa comune legalizzata ed esposta al pubblico, in quanto raccoglie tutti i crani dei sedicenti briganti su cui Lombroso portava avanti i suoi studi. Ricordiamo a tal proposito che «in alcuni casi sono state tagliate le teste dei briganti uccisi per facilitarne il riconoscimento. Potendo i malevoli elevare dubbi calunniosi, si vieta questa pratica…» Successivamente si spiega che la pratica era diffusa per la comodità di trasportare le teste piuttosto che tutti i corpi dei briganti uccisi.17

Esodo

Intorno al 1871, dopo più di dieci anni di repressione, il fenomeno del “brigantaggio” iniziò a scemare e fu l’inizio di una nuova piaga, ancora oggi aperta: l’emigrazione. È bene sapere che, fino a quel tempo, mai le terre del fu Regno delle Due Sicilie avevano conosciuto il fenomeno dell’emigrazione di massa. Piuttosto, questo fenomeno era molto diffuso nel nord della penisola. Ma dopo dieci di anni di repressione, di chiusura di fabbriche, di distruzione di terre,18 di spoliazione di risorse e denari dalle banche,19 non era rimasto nient’altro alla gente che fuggire via.

Come se non bastasse il danno fino allora arrecato, arrivò anche la beffa: la tassa sull’emigrazione oltreoceano, quasi esclusivamente meridionale. Con i soldi di questa tassa venne poi costituito un fondo per rimborsare il biglietto agli italiani che emigravano in Europa (e solo a loro), stavolta per quattro quinti settentrionali.

Commemorazione

In segno di commemorazione, mi piacerebbe lasciarvi con le parole commoventi dell’epilogo del film di Pasquale Squitieri «Li chiamarono…briganti!» interpretato da una sublime Lina Sastri.

  • 1 Tuttavia mi chiedo perché si ignorano bellamente le vittime dei campi di concentramento in Russia, Inghilterra, Stati Uniti, Cina.
  • 2 E Siciliano; che tuttavia non tratterò in questo articolo, per ragioni di spazio e per evitare dispersività nella lettura. Se interessati, vi invito alla ricerca, magari partendo dalla Strage di Bronte.
  • 3 Non c’era niente dal liberare. Il Regno delle Due Sicilie non era assolutamente sotto controllo straniero. I Borbone Due Sicilie erano una casata Napoletana fondata da Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e Elisabetta Farnese di Parma (ricordiamo le parole di quest’ultima quando scrisse al figlio: «La più bella corona d’Italia» – chiaro il significato). I quattro regnanti discendenti di Carlo erano duosiciliani di nascita e il Regno è sempre stato uno stato sovrano e indipendente, non una colonia spagnola come si racconta nei libri. Il periodo coloniale spagnolo terminò, infatti, con l’avvento dei Borbone.
  • 4 In «L’Ordine Nuovo», 1920.
  • 5 Su circa 9 milioni di abitanti, in totale, delle Due Sicilie. L’11% della popolazione sterminato.Un genocidio.
  • 6 Infatti i risultati del cosiddetto plebiscito, truccati ed estorti con i moschetti alla gola, risultarono essere: 1.302.064 Sì contro 10.312 No. La menzogna di tali numeri è scolpita, per chi avesse ancora qualche dubbio in proposito, nella lettera da Napoli a Ruggero Bonghi n. 3298 datata 20 marzo 1861 del Carteggio di Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, vol. IV pag. 398, Zanichelli: “…Ieri è stato il giorno più solenne per dimostrare lo scontento di tutto il popolo. Il 14 fu la festa del Re, non lumi, non feste, non un evviva…il 18, proclamazione del Regno d’Italia, silenzio di morte…” – via tradizione.biz
  • 7 F.M. Agnoli, L’epoca delle rivoluzioni, Il Cerchio, 1999 – via Il Portale del Sud.
  • 8 Vedere anche i documenti raccolti su pontelandolfonews.com.
  • 9 Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Napoli, Guida, 2000.
  • 10 Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, Torino, UTET, 2004
  • 11 Giovanni De Matteo, op. cit.
  • 12 Dal diario del soldato piemontese Carlo Margolfi, come citato in «Indietro Savoia!» di Lorenzo del Boca, p. 232.
  • 13 Non fu, comunque, l’unico: altri anche a S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.
  • 14 Cit. Pino Aprile in quest’intervista.
  • 15 Rapahel Zanotti, La Guantanamo dei PiemontesiLaStampa.it, 12 Ottobre 2009.
  • 16 Il comitato No Lombroso è da tempo attivo nella lotta contro questo museo, per restituire dignità ai patrioti delle Due Sicilie.
  • 17 Busta 60, fascicolo 19, Ufficio (Archivio) Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, Ministero della Difesa, Roma – Circolare del Comando del VI Dipartimento Militare, 11 maggio 1864 – via Gennaro De Crescenzo.
  • 18 Molti boschi vennero distrutti anche più tardi del 1871, ancora con la scusa di stanare briganti, ma con il vero obiettivo di danneggiare le terre e di conseguenza l’economia rurale.
  • 19 Con la famosa legge del 1° maggio 1866 sul corso forzoso, la moneta del Banco di Napoli poteva essere convertita con l’oro dei depositi della banca meridionale, mentre si dichiarava “inconvertibile” la moneta emessa dalla Banca nazionale. L’oro piemontese veniva messo in salvo, mentre quello custodito al Sud fu sostituito da monete di carta straccia, deprezzate dalla continua inflazione.

Fonte: http://napule.org/olocausto-napoletano/2011/

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Civitella del Tronto 2011

On 2011/11/21, in Senza categoria, by antonio

Sabato 12 novembre si è svolta, a Civitella del Tronto, la prima convention nazionale del Fronte di Liberazione della Napolitania. Nella suggestiva location dell’hotel “la Fortezza”, a pochi metri dalla fortezza borbonica simbolo dell’assedio sabaudo del 1861, si sono dati appuntamento patrioti napolitani provenienti da ogni angolo della Napolitania. Sebbene il posto non fosse collegato decentemente con le altre città napolitane, si sono registrate presenze dalla Puglia, dalla Campania, dalla Lucania, dagli Abruzzi e da altre zone della penisola. Erano presenti patrioti provenienti dall’estero ed anche una delegazione di Veneto Stato, rappresentata dal Presidente Lucio Chiavegato. E grande apprezzamento abbiamo ricevuto proprio da questi ultimi che, nel rinnovarci il loro sostegno nell’istanza indipendentista, si sono complimentati con i patrioti napolitani per la strada intrapresa. La presenza dei veneti ed il radicamento del sentimento indipendentista sul territorio sono il segno tangibile dell’inesistenza di una nazione italiana, a fronte della nazione napolitana, di quella veneta, sarda, siciliana e così via.
Nel corso del dibattito, cui sono intervenuti molti dei presenti, è stata ribadita la posizione APARTITICA del FLN, che non mira a “poltrone” o partiti romanocentrici, ma a creare un movimento che,”dal basso”, possa diventare punto di riferimento del popolo napolitano. Al contrario, invece, il FLN è aperto a collaborare con qualunque associazione ne condivida fini ed intenti. A tal proposito, infatti, citiamo il comitato “Daunia Due Sicile”, qui rappresentato dal Sig. Ciuffreda.
I temi dibattuti sono stati svariati: primo fra tutti il fallimento del meridionalismo che, in 150 anni, seppur attraverso esponenti di massimo livello, non ha saputo produrre nulla di buono per i popoli napolitano e siciliano, anzi, oggi viviamo il periodo più drammatico della nostra storia post-unitaria e il neomeridionalismo, fin troppo unitarista, non porta a un futuro per i nostri giovani. Ragion per cui, l’indipendenza è l’unica via di salvezza ed il FLN si pone proprio come movimento in grado di aggregare e raccogliere tutti gli indipendentisti napolitani. Altro tema dibattuto, è quello della nostra economia: come si è distrutta, come uscire dal giogo tosco-padano, come valorizzare i nostri territori e le nostre eccellenze. Altra cosa importante, la via da seguire per diventare una Nazione indipendente, gli interlocutori esteri, leggi e principi internazionali a cui far riferimento.
Nel pomeriggio è avvenuta la votazione per alzata di mano del Portavoce che è ricaduta unanimemente sulla conferma di Antonio Iannaccone.
La presenza di giovani e meno giovani ha rafforzato l’idea che siamo sulla strada giusta.

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Già prima che in altre parti, in Sicilia il 12 ottobre 1860 si svolge il plebiscito per l’annessione al Piemonte con la partecipazione al voto anche dei garibaldesi e dei soldati piemontesi. I voti sono 432.053 per il Sì e 667 per il No. A Palermo, che ha circa 220.000 abitanti, si hanno 36.252 voti favorevoli all’annessione, contro appena 20 contrari. Numerosi tumulti di protesta sono soffocati. Lo stesso ministro Elliot, ambasciatore inglese a Napoli, nel rapporto al suo Governo scrive testualmente:  «moltissimi vogliono l’autonomia, nessuno l’annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa». A Londra il ministro degli esteri inglese,  Lord John Russel, comunica al Governo della Regina che: «I voti del suffragio in questo regno non hanno il minimo valore».

Qualche giorno dopo viene emanato un decreto che abolisce le frontiere con il resto d’Italia, perché le Due Sicilie fanno parte integrante dell’Italia. L’ambasciatore inglese Elliot è allibito da questa decisione presa ancor prima del plebiscito e la comunica a Lord Russell.

Il 21, a Napoli e in quasi tutte le province continentali del Regno, viene tenuto il plebiscito. La votazione dà 1.032.064 Sí e 10.313 No. In sostanza è interessato al voto poco più del 12% di circa sette milioni di abitanti. La formula sulla quale gli elettori sono chiamati ad esprimersi è : Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per sé e i suoi legittimi successori

Nel frattempo Napoli viene occupata da 50.000 garibaldesi e piemontesi, che presidiano i punti strategici della città, in ciò coadiuvati dalla camorra. Davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, di fronte al Palazzo Reale (Largo di Palazzo), sono poste, su di un palco alla vista di tutti, tre urne: una, con le schede del sì, un’altra con quelle del no, una terza al centro, dove sono depositate le schede prelevate dalle prime due. Si vota davanti ad una minacciosa schiera di filibustieri garibaldesi, guardie nazionali, soldati e camorristi. (Il votante, quindi, compiva il suo dovere senza alcuna garanzia di libertà di espressione). Il giorno prima sono stati affissi sui muri cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria chi si astenesse o votasse per il no”.

Votano per primi i camorristi, poi i garibaldesi, in maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Chi tenta di votare per il no è bastonato, qualche altro, come nel quartiere Montecalvario, è assassinato. Poiché  i votanti non sono registrati, la maggior parte dei camorristi e dei piemontesi va a votare in tutti e dodici i seggi elettorali costituiti a Napoli. Alla fine della giornata, piemontesi e camorristi, impazienti, riempiono l’urna del sì a piene mani.

Il costo del plebiscito che grava sull’erario della città è enorme: circa 300 milioni di franchi.

Allo stesso modo si procede in tutto il Regno.  Si vota solo nei centri presidiati dai militari piemontesi e non mancano le solite violenze.

Il Duca di Gramont, ambasciatore francese a Roma, così scrive al Ministro degli esteri francese Thouvenel: «Tutte le notizie che giungono da Napoli concordano nel rappresentare il paese come decisamente ribelle all’annessione piemontese, e assai poco curante dell’unità italiana. Cacciano le autorità nuove, rialzano le armi di Francesco II. I Piemontesi, avvertiti dalle autorità cacciate via, mandano colonne abbastanza forti, che, dopo un po’ di fucilate, disperdono gli abitanti, e portano prigionieri, per giudicarli e fucilarli, i così detti capi del movimento che vengono loro denunziati. Appena partiti i Piemontesi gli abitanti rivengono; prendono quelli che hanno chiamato gl’invasori e li mettono a morte. Ma quel che è più curioso si è, che tuttociò accade in località che si suppone aver votato unanimemente per Vittorio Emmanuele”!».

Nell’Aquilano, per la fortissima reazione dei popolani, al plebiscito non partecipa quasi nessuno. Il governatore di Teramo, de Virgilii, emana un proclama con il quale minaccia: I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionari e puniti con rito sommario. Colpite i reazionari senza pietà”.

A Caramanico, un paese di seimila abitanti nel Chietino, un popolano chiede che sia sistemata anche una urna per Francesco II, ma è schiaffeggiato da un liberale, tale de Dominicis. A questo gesto la popolazione corre immediatamente ad armarsi con scuri e pietre e assale il drappello di piemontesi che protegge le urne. Accorrono anche gli abitanti del vicino paese di S. Eufemia. Nello scontro il de Dominicis rimane ucciso, i piemontesi sono messi in fuga e le urne distrutte. Il giorno dopo piombano sui paesi truppe piemontesi, i filibustieri garibaldesi e guardie nazionali che uccidono chiunque venga loro incontro. Le case degli abitanti di Caramanico e S. Eufemia sono saccheggiate e il bottino è portato a Chieti.

Insorgono anche gli abitanti di Salle e Musellaro. Anche qui sono di nuovo innalzate le insegne napolitane. La repressione da parte delle guardie nazionali e dei piemontesi vince però l’accanita resistenza degli insorgenti, i quali, guidati da un muratore, Angelo Camillo Colafella, sono costretti a rifugiarsi sui vicini monti.

Ad Isernia un forte gruppo di contadini e popolani tenta di assalire i garibaldesi e i loro fiancheggiatori, ma non avendo armi sono costretti a desistere.

A Cansano e ad Elice gli insorti sono soffocati nel sangue dalle collaborazioniste guardie nazionali che arrestano e fucilano i capi.

Vi sono altre insurrezioni a Controguerra, Bellante, Corropoli, Torano e Cermigliano.

In Arzano di Napoli un popolano che grida “viva ‘o rre” è arrestato dai criminali garibaldesi e in seguito, per ammonimento, con le forbici gli vien tagliato il labbro inferiore.

Alle prime luci dell’alba del 21, anche a Carbonara, nell’alta Irpinia, si verifica una rivolta. Già la sera precedente i messi comunali, che stanno distribuendo le tessere per il plebiscito, sono presi a sassate e le tessere strappate. Fino a notte fonda, gruppi di giovani corrono per le strade del paese gridando il nome del Re Francesco. I contadini innalzano la bandiera delle Due Sicilie e strappano gli stemmi savojardi, portando in processione per le vie del paese i ritratti del loro Sovrano e della Regina Maria Sofia. La massa dei popolani si reca in chiesa, dove è tenuta una funzione solenne col canto del Te Deum. I galantuomini sono assaliti, nove rimangono uccisi. Tra i morti vi sono il capitano della locale Guardia Nazionale, Gaetano Maglione, la guardia Angelo D’Annunzio, i ricchi liberali Nicola Tartaglia, Gabriele Stentalis, suo nipote Isidoro Stentalis col figlioletto Michelino, un bambino di appena nove anni, Michele Cappa, il cancelliere comunale Francesco Areneo Rossi, il decurione Donato Tartaglia. Un altro, Giovambattista Coscia, è gravemente ferito. Alcuni, tra cui il sindaco Giacomo Giurazzi, si salvano con una rocambolesca fuga per le campagne circostanti. I cadaveri di alcuni uccisi sono mutilati, oltraggiati e precipitati per la ripa sottostante al paese. Altri rimangono insepolti per le strade deserte tutto il giorno e la notte successiva. Poi, per tutta la giornata, la folla degli insorti legittimisti saccheggia le case di alcuni uccisi, distrugge i documenti della cancelleria comunale e gli atti notarili.

Nello stesso giorno del 21, nel Gargano, l’insurrezione inizia a S. Giovanni Rotondo e si estende a S. Marco in Lamis e a Cagnano, dove le votazioni sono impedite. A Lesina e a Poggio Imperiale, sono invece fatte ugualmente le votazioni, ma con una totale maggioranza contraria all’annessione. A S. Giovanni Rotondo ventidue tra guardie nazionali e galantuomini sono massacrati nelle carceri da parte degli insorti napolitani. Il governatore di Foggia, Del Giudice, accorre con numerosi filibustieri garibaldeschi, ma, benché respinto all’inizio da una furiosa reazione popolare, nei giorni successivi con migliaia di uomini riesce a sedare le insorgenze. Decine di popolani, anche se solo sospetti, sono fucilati dopo la cattura. I paesi di Roseto Valforte, Accadia, Ascoli e Bovino sono circondati.

In provincia di Catanzaro, a Cinquefronde, Coridà, Giffone, Dosà, Acquaro, Dinami e Maropati, le popolazioni insorgono contemporanea­mente. Nella zona si concentrano circa 700 armati, tra i quali numerosi soldati sbandati e la stessa guardia nazionale che fa causa comune con gli insorti. Violente sommosse si hanno anche a Cosenza. Vi è anche un tentativo di sbarco presso Reggio da parte di truppe napolitane provenienti da Messina. Le sommosse sono soffocate con particolare violenza dall’intervento della banda garibaldesca Cacciatori d’Aspromonte, che solo a Cinquefronde uccide 16 persone.

In Basilicata le sommosse contadine impediscono del tutto le votazioni. Governi napolitani sono proclamati ad Acerenza, Carbone, Castelsaraceno, Calvera, Cancellara, Episcopia, Latronico, Laurenzana, Favale, Tursi, Castronuovo, Sanseverino e Castelluccio. La repressione, però, ha ancora il sopravvento e centinaia di contadini disarmati sono arrestati dalle guardie nazionali accorse dai paesi limitrofi e trascinati incatenati a Potenza, mentre i loro miseri averi sono confiscati e le case distrutte.

Altre violente insurrezioni si hanno ad Avigliano, Muro Lucano, Picerno e Pietrapertosa. A Cancellara i seggi elettorali sono assaliti dalla popolazione che costringe le autorità e le guardie nazionali a rinchiudersi nel castello e nel convento dei Padri Riformati. A Marano, Casaprobe, Campotosto ed in altri vicini paesi i cittadini si avventano contro gli annessionisti, li mettono in fuga e si pongono sul cappello una scritta con un No molto evidente.

In tutte le Provincie Napolitane numerosi e spontanei sono gli episodi di resistenza, non solo contro le violenze delle bande garibaldesche, ma anche contro i piemontesi, considerati invasori stranieri. Le varie autorità locali tuttavia nascondono la gravità degli avvenimenti per ingraziarsi gli occupanti.

Alle notizie dell’avanzata piemontese su Isernia e Venafro, il Generale Ritucci, per non subire un attacco alle spalle e trovarsi a combattere tra due fronti, dà ordine di riunire tutti i reparti e di concentrarli a Teano. (Questo fa capire come il plebiscito è stata una farsa, in quanto molti territori, ancora sotto il controllo dell’esercito napolitano, non erano in grado di esprimersi e se l’avessero fatto sarebbe stato certamente un NO!)

(Finita la farsa, non vi fu alcun modo per confrontare gli iscritti nelle liste elettorali e i votanti, senza contare che lo scrutinio, dovunque fu reso possibile, fu sfacciatamente falsato.)

Il 23 ottobre, il generale Fanti emette il primo atto ufficiale contro la resistenza napolitana i cui guerriglieri sono definiti “briganti”. Proclama leggi di guerra, corti marziali e pena di morte per chi resista con le armi.

Davanti alla Reggia di Napoli, il 3 novembre è proclamato il risultato del falso plebiscito. Sono schierate 24 compagnie di guardie nazionali e la suprema corte di giustizia. Salve di cannoni sono sparate dalle fortezze e dalle navi.

Il giorno dopo, il generale Pinelli dichiara lo stato d’assedio in tutto l’Abruzzo con un proclama mostruoso:

1. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie, sarà fucilato immediatamente.

2. Uguale pena a chiunque spingesse anche con parole i villani a sollevarsi.

3. Uguale pena a chi insultasse il ritratto del re o lo stemma di Savoja o la bandiera nazionale.

Intanto l’economia delle Due Sicilie ha un tracollo vertiginoso. I movimenti  nei porti e gli scambi commerciali con l’estero sono letteralmente azzerati. Si ha una fuga di capitali dal commercio verso le rendite, che tuttavia incominciano a perdere il loro valore. Tutte le attività produttive si arrestano, la disoccupazione cresce in ogni settore. I generi di prima necessità incominciano a scarseggiare e  il carovita aumenta.

 

(Con il plebiscito, dunque, ci fu una legittimazione formale per i Savoia ad occupare Napoli e la Sicilia; ma fu eseguita in modo criminale e antidemocratico. In poche parole fu un volgare imbroglio. La maggior parte del popolo napolitano, che non votava perché non aveva niente, abituato a rompersi la schiena per zappare la terra, quegli stranieri piemontesi non li volevano per niente. Per questo molti si rifugiarono in montagna, armandosi e diventando briganti. E dopo che i Savoia che con i loro bersaglieri e carabinieri spezzarono l’orgoglio e la dignità di una nazione senza futuro, i napolitani, soli contro tutti, posero le armi per imbracciare una valigia di cartone, preferendo diventare emigranti piuttosto che diventare sudditi di un re straniero che parlava francese.)

Avvenimenti tratti da: NAPOLITANIA – Storia affascinante, ricca e crudele del Sud, di Antonio Pagano, pag. 377-381

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  • Si rende noto a coloro che parteciperanno che è possibile soggiornare allo stesso Hotel Fortezza con una spesa di circa 30 euro come B&B. Per le prenotazioni potete telefonare al numero riportato nella locandina facendo riferimento all’evento.
  • Il pranzo di sabato è fissato a 15 euro.
  • Coloro che vorranno esprimersi con un proprio discorso possono farlo prenotandosi entro il 5 novembre alla mail che trovate in basso alla locandina e qui riportata: fln@napolitania.com.
    Onde evitare di dilungarsi in discorsi storici di cui siamo tutti al corrente, si chiede solo di attenersi al tema del Congresso.

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COMUNICATO del FLN N°5

On 2011/09/26, in Comunicati, by antonio

26-09-2011

COMUNICATO del FLN n°5

Fronte di Liberazione della Napolitania

Movimento Indipendentista dei Patrioti Napolitani

Il Fronte di Liberazione della Napolitania esprime forte preoccupazione sulla situazione economica e sociale delle storiche Province Napolitane.

A seguito dell’inarrestabile incremento di manovre economiche inique varate dai governi di quest’Italia (anche se formati da personaggi di origine napolitana), ci si rende conto, senza sorpresa da parte nostra, che si continua a creare mancanza di prospettive di crescita programmatica per il rilancio necessario della Napolitania, per uscire dalla stagnante questione meridionale e poter affrontare il futuro con una certa sicurezza.

Auspichiamo che ci sia una forte collaborazione del popolo napolitano alle future azioni di mobilitazione e lotta gandiana che il FLN – Fronte di Liberazione della Napolitania porterà a conoscenza.

Le passate denunce che il FLN ha presentato agli organi internazionali e alla stampa mondiale non si fermeranno. Stiamo facendo valutare la gravità della situazione napolitana a guida italiana, che con il suo romacentrismo e milanocentrismo sta, sempre più spudoratamente, inguaiando una nazione ultrasecolare e macchiandosi di crimini contro il territorio napolitano e contro il popolo che vi è residente. Quest’Italia sta violando i diritti internazionali dei cittadini e delle nazioni e sta trasgredendo le proprie leggi, tra le quali l’articolo 3 della sua stessa Costituzione.

Si ritiene, perciò, indispensabile continuare a lottare con i mezzi a nostra disposizione e non fermarsi nel preferire di comprare solo prodotti napolitani. Questa lotta gandiana deve continuamente allargarsi ai milioni di napolitani di Napolitania e del mondo.

Pertanto, il FLN continua a proclamare come unica via d’uscita del nostro popolo la sola alternativa che ci viene dall’indipendenza della Napolitania.

 

Il Portavoce – FLN
Antonio Iannaccone

 

FLN – Fronte di Liberazione della Napolitania

Il Consiglio Direttivo

 

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Come è ormai noto a tutti, l’Italia unita è stata fatta con la violenta occupazione della Napolitania effettuata con stragi degli abitanti e rapina di tutta la nostra economia. Questa forma di occupazione mirata unicamente alla colonizzazione del territorio conquistato ha creato, inoltre, una delinquenza organizzata, non contrastata in concreto dallo Stato (delinquenza necessaria perché porta i voti ai politici corrotti), che ha sempre condizionato pesantemente lo sviluppo sociale ed economico della Napolitania. Attualmente è di 37 miliardi di euro il costo della criminalità organizzata nelle regioni napolitane, un vero e proprio cancro che sottrae all’economia della Napolitania il 15% del pil. Le cinque regioni, si legge in un articolo di MF, ad alta densità mafiosa come Campania, Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata sono anche quelle con il minor pil pro capite di tutta Italia: in particolare nelle prime 3 regioni il valore aggiunto pro capite del settore privato è meno della metà del Centro Nord. Su un campione di 800 imprenditori operanti in queste regioni, il 60% ha dichiarato di subire condizionamenti da parte della criminalita’ e il 40% ha denunciato effetti negativi sul fatturato.

Così, dunque, in 150 anni la Napolitania è diventata sempre più povera, mentre il Nord si arricchisce sempre più. Per questo sono calati per venirci a “liberare”. La sintesi la dà il divario nel Pil per abitante: 17.324 euro contro 29.914 nel 2009 (57,9% il primo in rapporto al secondo). Mentre nel 1861, nella Napolitania il 22,8 per cento della popolazione in grado di lavorare era attivo nell’industria contro il 15,5 del Centro-Nord. Ora  dopo 150 anni solo un milione e 400 mila napolitani hanno un impiego industriale nella propria terra.

In questo secolo e mezzo ogni volta che lo Stato italiano ha annunciato che avrebbe fatto qualcosa per il Sud, poi ha sempre fatto interventi che in realtà erano funzionali solo all’arricchimento del Nord: tipico quello della Cassa del Mezzogiorno che in concreto finanziava le aziende del Nord senza mai realizzare nella Napolitania le infrastrutture necessarie alla pari delle altre regioni settentrionali, anzi comprimendo perfino il sistema finanziario a sostegno alle imprese napolitane. Inoltre è da rilevare che attualmente le banche e le assicurazioni che contano sono tutte del Nord con il compito di drenare denaro dalla Napolitania (una delle prove di questo è il costo del denaro che è più elevato nella Napolitania).

Il risultato di questa colonizzazione, che ha comportato una contrazione della crescita e nello sviluppo, è che, oggi, circa il 24% dei napolitani ha smesso perfino di cercare lavoro poiché le difficoltà di cercare lavoro nel nostro territorio sono aumentate del 67% dovute alla inefficienza della pubblica amministrazione, in ogni suo ambito, carenza delle infrastrutture, illegalità, rigidità, mancanza di concorrenza. Cioè, lo Stato non fa lo Stato e, impedendo al mercato di funzionare correttamente, favorisce l’economia fondata sulla relazione invece di quella fondata sul merito. E lo Stato italiano, come azione di sostegno, festeggia 150 anni di unità e i verdi buzzurri (eredi dei savoiardi risorgimentali) cantano le glorie del Governo e del federalismo, vantando i benefici che avranno Napolitania e Sicilia.

I napolitani ascari di questo sistema dicono che ci guadagneremo tutti dal federalismo fiscale (cioè i “tutti” che sono loro), come per miracolo tutti gli sprechi spariranno, diminuiranno le tasse (locali e nazionali) senza diminuzione dei servizi, un miracolo quindi (come quello che si annunciava con la Cassa per il Mezzogiorno). In realtà, secondo gli studi dello Svimez, la Napolitania perderà un miliardo di euro con il federalismo fiscale.

Purtroppo questa è l’attuale classe dirigente napolitana e non c’è assolutamente possibilità che essa cambi. Costoro anzi affermano che l‘Italia non cresce perché c’è il Sud, senza capire che la storia economica contrasta con evidenza questa teoria messa in piedi dai colonizzatori per i loro interessi.

Sono 150 anni ormai che l’Italia convive con la cosiddetta “questione meridionale”. Il termine fu coniato nel 1873 da un deputato. Così la descrisse nel 1904 Giustino Fortunato: «Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il Nord e il Sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nell’intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale».

La persistenza di questo dualismo non ha, però, impedito all’Italia in alcune fasi di raggiungere tassi di crescita molto elevati, multipli degli attuali, come nel 1950-1973. Fatto che indica che la Napolitania arretrata è stata funzionale allo sviluppo del Settentrione. Non solo la Napolitania è diventato dal 1861 il mercato di sbocco per i beni prodotti al Nord, un mercato tra l’altro sostenuto con la spesa pubblica (vedi FIAT), ma, anche attraverso il trasferimento di capitale umano, trasferimento oggi forse meno consistente nel numero, ma di più alta qualità media, trattandosi per lo più di laureati e molto intraprendenti. La fuga dalla Napolitania equivale, secondo stime della Fondazione Curella, a un travaso di risorse di 15 miliardi l’anno a favore delle regioni che ricevono il capitale umano formato (la stima considera l’investimento della famiglia per crescere e istruire una persona fino al diploma superiore e lo moltiplica per le 100mila persone che lasciano la Napolitania).

Se vi fosse uno Stato motivato a ridurre il dualismo italiano rimetterebbe in moto l’intera economia italiana, ma con un effetto moltiplicativo proprio per la Napolitania che darebbe così una spinta propulsiva a tutta la penisola. Per rilanciare l’economia italiana non servono interventi straordinari, nemmeno in alcune sue aree. Ma buone politiche ordinarie. Ciò che fa bene all’Italia fa tre volte meglio alla Napolitania, che diventerebbe la spinta per la crescita di tutta l’Italia. Non mancano esempi d’imprenditorialità meridionale vivace e capace, nonostante gli handicap di contesto ben maggiori con cui deve fare i conti. In meno di dieci anni non si avrebbe più questa spaccatura tra Nord e Sud.

Tutto questo rende evidente che lo Stato non vuole che la Napolitania progredisca e ogni suo progetto politico è indirizzato a dare benefici al Nord. L’Italia insomma è il centro-nord, il resto è colonia da sfruttare. Purtroppo la continua, strisciante e martellante propaganda risorgimentale ci ha abituato ad essere trattati così e la nostra gente non è più in grado di distinguere la verità dei fatti, resta tutto al più disturbata dagli avvenimenti come se fossero una fatalità. Digeriamo ormai tutto, dallo scadimento morale alla corruzione, alle angherie dell’usura internazionale, alle più folli guerre.

L’Italia di oggi, priva ormai di sovranità, è prigioniera di strutture politiche, militari ed economiche (l’Unione Europea, la Nato, le Banche Centrali) nelle quali non ha alcun peso. L’unica sua possibilità decisonale è quella di sfruttare la sua colonia interna: la Napolitania. Più che mai ora è dunque necessario darsi una mossa per il bene della nostra sopravvivenza, prima che sia troppo tardi. Dobbiamo puntare a un coordinamento strategico tra gruppi napolitani con estrazione ideologica anche diversa, rifiutando le vuote etichette politiche di destra, centro e sinistra, ed essere consapevoli tutti che la Napolitania deve ritornare ad essere indipendente. Bisogna convincersi, e convincere, che una vita degna di essere vissuta, non lesiva per le nuove generazioni, non può essere quella di un gregge da mumgere e da sfruttare. Una Napolitania indipendente è la nostra fonte di vita e deve essere il nostro unico obiettivo.

I recenti conflitti del Nord Africa, le cui ripercussioni siamo ancora ben lontani dall’immaginare, hanno una fisionomia che la gente comune non focalizza perché inebetita da una informazione volutamente assai superficiale. Il rincaro dei generi alimentari di prima necessità ha provocato sommosse in Tunisia, in Egitto e altrove, causato da speculazioni sulle materie prime, dovute all’immissione sul mercato di 600 miliardi di dollari creati dal nulla (quantitaive easing). Denaro che non è andato nelle tasche della gente, ma in quelle dei grandi speculatori e investitori che non hanno perso tempo a violentare l’economia reale. Dal che si può lecitamente pensare che le più grandi potenze mondiali hanno avuto una parte di primo piano nella programmazione dei conflitti che considerano come un incentivo alle loro economie: distruggere per ricostruire. Intanto, mentre il destino dei paesi nordafricani si compie, noi della Napolitania, sottomessi a questa pavida e mistificatrice Italia, rischiamo di pagarne tutti i prezzi economici e sociali: immigrazioni, perdite economiche e politiche, aumento del prezzo dei carburanti e inflazione.

Non dobbiamo più, dunque, continuare ad essere un gregge, non possiamo più aspettare che altri risolvano i problemi della Napolitania. E’ nostro dovere, per la responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri figli, di liberarci da questo sistema oppressivo dello Stato italiano. Abbiamo sperimentato che i nostri politicanti sono del tutto passivi, se non addirittura complici con quelli del Nord. Siamo noi, noi del popolo, che tutti insieme, senza inutili timori, dobbiamo intraprendere con ogni mezzo le iniziative necessarie per liberarci da questa forma di parassitismo e ritornare ad essere indipendenti. La storia dimostra che eravamo alla pari con gli altri popoli europei quando eravamo indipendenti. Se siamo tutti uniti possiamo farcela e ricostituire un nostro Stato. L’indipendenza della Napolitania, è provato, è l’unica nostra garanzia di ripresa sociale ed economica.

Questo è lo scopo del FLN – Fronte per la Liberazione della Napolitania, la prima compagine indipendentista dopo quella dei briganti che combatterono legittimamente gli invasori savoiardi. Da loro noi dobbiamo prendere l’esempio e da loro abbiamo ereditato il diritto-dovere di lottare per liberare la nostra terra e per portare il nostro popolo verso il suo naturale progresso sociale ed economico.

Antonio Pagano

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Fronte di Liberazione della Napolitania

Movimento Indipendentista dei Patrioti Napolitani

 

 

Olocausto Napolitano

Le emergenze che attanagliano Napoli hanno assunto, nel tempo, dimensioni drammatiche. Tutto ciò è stato possibile grazie alle connivenze tra Camorra e Stato italiano; legame, questo, che nacque all’alba della cosiddetta unità d’Italia, anno 1860-61. Quella che è oggi conosciuta come la liberazione del Regno delle Due Sicilie dal giogo borbonico fu, in realtà, una feroce guerra di annessione nei confronti di uno stato libero e sovrano, per meri interessi economici e di politica internazionale.

Da quel momento la nazione Napoletana, la Napolitania,# smetterà di avere uno stato che ne faccia gli interessi, per un periodo che a oggi ammonta a 150 anni.

E fu anche il momento in cui lo Stato italiano istituzionalizzò le mafie.

A tutt’oggi, la popolazione napoletana è ostaggio di questo intreccio mortale tra Camorra e istituzioni locali, e il governo centrale, invece di combattere la criminalità, la istituzionalizza (si guardi il caso di Nicola Cosentino) e vara leggi assolutamente inefficaci. Le conseguenze di questa feroce colonizzazione, sono sotto gli occhi di tutti: in 150 anni, Napoli è passata dall’essere una grande capitale mondiale, al diventare un posto famoso solo per camorra e immondizia. E non è un caso che i due “termini” compaiano insieme in una stessa frase. Dietro l’immondizia di Napoli e il suo degrado c’è la politica. Dietro la Camorra c’è la politica. Come stabilisce la Magistratura. In data 25/11/2010 fu emesso, dal GIP di Napoli, il mandato d’arresto per Nicola Cosentino, deputato del Popolo delle Libertà, per concorso esterno in associazione camorristica. Riportiamo le dichiarazioni del Magistrato antimafia Raffaele Cantone:

«senza dubbio la parte più interessante di quel provvedimento riguarda il ruolo che Cosentino ha avuto nell’affaire rifiuti; il suo intervento nelle attività del consorzio Ce4, tanto che, secondo il pentito Vassallo, Cosentino avrebbe persino detto “Il consorzio Caserta 4 sono io”. In base a quanto emerge dall’ordinanza, Cosentino avrebbe anche avuto un ruolo nell’individuare il luogo dove far sorgere l’inceneritore in provincia di Caserta. In quel provvedimento viene poi ricostruita un’altra vicenda molto importante: la creazione di un super consorzio, denominato Impregeco, che avrebbe messo insieme i consorzi di destra e di sinistra, per una gestione bipartisan dell’emergenza, che aveva evidentemente benedizioni ampie. La spazzatura è politicamente colorata e per gestirla al meglio si crea una struttura “arcobaleno” che accontenti tutti.».# Più precisamente, questa la motivazione: «contribuiva in modo decisivo alla programmazione e attuazione del progetto finalizzato a realizzare nella regione Campania un ciclo integrato dei rifiuti alternativo e concorrenziale a quello legittimamente gestito dal sistema Fibe – Fisia Italimpianti, così boicottando le società affidatarie, al fine di egemonizzare l’intera gestione del relativo ciclo economico e comunque creare, controllando direttamente le discariche, luogo di smaltimento ultimo dei rifiuti, e attivandosi nel progettare la costruzione e gestione di un inceneritore, strumentalizzando un’illecita autonomia gestionale a livello provinciale le attività del commissariato di governo per l’emergenza rifiuti all’uopo necessario».# Cosentino – è questa la convinzione dei magistrati della Dda condivisa anche dal gip Raffaele Piccirillo, che aveva firmato l’ordinanza cautelare, e successivamente dalla Cassazione e dal Riesame – avrebbe favorito «il perpetuarsi delle dinamiche economico-criminali, condizionando le attività ispettive della commissione di accesso per lo scioglimento del Comune di Mondragone per infiltrazione mafiosa e le procedure prefettizie dirette al rilascio delle certificazioni antimafia, come nel caso della procedura riguardante l’Ecoquattro spa e relative risoluzioni finali, condotte decisive per la tenuta e lo sviluppo del programma».

Sempre secondo la Magistratura, gran parte dei rifiuti scaricati illegalmente nelle discariche napoletane, proviene da aziende del nord, in particolare da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. La Magistratura ha acquisito un sufficiente numero di “carte” per accertare che gasolio, rifiuti ospedalieri e chimici, e ogni sorta di rifiuto speciale, è stato sversato illegalmente, per 20 anni, sotto il naso dei napoletani; quasi tutti provenienti da aziende del centro e del nord Italia, che pagavano e registravano regolarmente quei viaggi per smaltire in economia le loro scorie. Da questo traffico ci guadagnavano tutti: politici, aziende, banche, camorra. Tutti, tranne i cittadini ignari. Ma i documenti di Contrada Pisani parlano chiaro sulla mappa dei veleni provenienti da ogni angolo d’Italia, tranne che dalla stessa Napoli. Di seguito riportiamo un estratto di un articolo del 2008 della giornalista Conchita Sannino, perché nessuno avrebbe saputo spiegare meglio la situazione:

«Stando ai primi atti raccolti dai pubblici ministeri, difatti, nella discarica quarantennale della periferia ovest di Napoli non arrivavano solo le montagne di sacchetti provenienti da tutta Italia; né solo i rifiuti pericolosi sversati, come autorevoli atti parlamentari ipotizzano, in maniera sotterranea e invisibile – e quindi secondo percorsi non più verificabili. Da ieri spuntano invece responsabilità declinate per nome e provenienza geografica nella caccia agli autori di un presunto disastro colposo provocato dall’enorme quantità e qualità di rifiuti “inadeguati” sepolti nel ventre di Pianura. Basta dare uno sguardo alle cinque pagine di “viaggi ufficiali”, quindi leciti, tratti dagli archivi della Provincia di Napoli e trasmessi dall’ente di piazza Matteotti ai pm che ne avevano fatto richiesta, la sezione coordinata dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, titolare del fascicolo il magistrato Stefania Buda.

A scorrere le carte – peraltro incomplete – tenute in serbo dalla Provincia, risulta che centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti ospedalieri, fanghi speciali, polveri di amianto, residui di verniciatura, alimenti avariati o scaduti sono finiti a Contrada Pisani. Una attività che sarebbe stata regolarmente autorizzata dalle autorità provinciali di Napoli anche se in violazione delle norme a tutela dell’ambiente in vigore dal 1982. Su questo sta indagando il pm Buda, che nei giorni scorsi ha ordinato il sequestro della discarica e che ha ricevuto ieri i dati relativi allo sversamento. Dati per ora relativi al periodo che va dal 1987 al 1994. Il magistrato, che ha avviato l’inchiesta per i casi di malattia e i decessi che si sarebbero verificati a causa dell’inquinamento dell’area, ipotizza i reati di disastro ambientale ed epidemia colposa; e sta verificando anche le eventuali responsabilità amministrative. Va fatta però una premessa: tutti i rifiuti speciali o pericolosi stoccati, se trattati secondo norma, andrebbero considerati non nocivi. Dall’eventuale mancanza di una bonifica adeguata deriva la loro carica di rifiuti cosiddetti “tossici”.

Nell’elenco sono indicate le aziende e le località di provenienza: Brindisi, vari comuni del Torinese (Chivasso, Robassomero, Orbassano), San Giuliano Milanese e Opera (Milano), Cuzzago di Premosello (Milano), Riva di Parabbiago (Milano), Pianoro (Bologna), Parona (Pavia), Mendicino (Cosenza), San Gregorio (Reggio Calabria), e Roma.

Qualche dato tra gli altri. In particolare, nel 1990, arrivano 16 tonnellate di scarti di collante acrilico dalla Sicaf di Cuzzango di Premosello (Novara); stesso periodo, 21 tonnellate di fanghi dell’impianto di depurazione di Ferolmet di San Giuliano Milanese (Milano). Sempre a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, Pianura resta l’eden dei rifiuti speciali: 22 tonnellate di morchie di verniciatura, resine e fanghi arrivano dalla provincia di Padova; 25 tonnellate di rifiuti speciali cosmetici scaduti da Tocco Magico di Roma; altre 50 tonnellate di morchie di verniciatura dalla Sicaf di Premosello (Novara). E ancora: vi finiscono sepolte 79 tonnellate di rifiuti speciali industriali da Centro Stoccaggio Ferrara di Robassomero (Torino); 113 tonnellate di polveri di amianto bricchettate da Centro di stoccaggio Ferrara di Robassomero (Torino); 552 tonnellate di fanghi di verniciatura della Ferolmet di San Giuliano Milanese (Milano). E, infine, 1.106 tonnellate di scorie e ceneri di alluminio dalla Fonderie Riva di Parabbiago (Milano). Il pm Buda sta svolgendo anche un monitoraggio presso diversi uffici pubblici (Asl, ospedali, Inail, eccetera) per verificare le relazioni tra i casi di tumori e altre malattie e la situazione di inquinamento. Nei prossimi giorni il magistrato nominerà diversi consulenti per accertamenti scientifici. Non è escluso che si prelevino campioni di tessuto da famiglie di cittadini di Pianura per confrontarli con gli esami delle persone colpite in quell’area da mali incurabili.»

Il governo italiano cosa fa in tutto questo? Promuove i camorristi a parlamentari e permette alla Lega Nord di decidere il destino dei napoletani. In piena emergenza rifiuti, la Lega Nord blocca il decreto sui rifiuti# che avrebbe permesso a Napoli di essere ripulita in pochi giorni, trasferendo l’immondizia in altre regioni. È, inoltre, notizia di questi giorni# che l’azienda milanese ha sottratto ai napoletani 50 milioni di euro in tasse sui rifiuti (TARSU).

La Napolitania, appare più che evidente, è una colonia interna allo stato italiano. Pertanto, il Fronte di Liberazione della Napolitania,# che si prefigge lo scopo di rendere indipendente la stessa Napolitania dallo Stato italiano, chiede agli organi americani un intervento massiccio in territorio napolitano. L’Italia ha l’interesse a distruggere uno dei territori più ricchi e belli del mondo. Nessuno ci ascolta, nemmeno l’UE. Solo gli Stati Uniti, che a Napoli hanno delle basi e un consolato, ed un legame storico con la Napolitania per il grande flusso migratorio di napolitani che gli Stati Uniti hanno accolto e che oggi sono parte integrante della realta’ statunitense, possono interessarsi a noi.
Da sempre i regimi italiani che si sono susseguiti in questi 150 anni sono la negazioni dei diritti fondamentali del popolo napolitano, chiediamo quindi che il diritto all’ autodeterminazione del popolo napolitano sia riconosciuto.

FLN – Il Direttivo

 

Il Portavoce

Antonio Iannaccone

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LIBERIAMO LA NOSTRA TERRA

On 2011/06/17, in Comunicati, Volantini, by antonio

Volantino da stampare in: Volantino fronte-retro



Da quando è iniziata quest’avventura scabrosa dell’italiaunita, il popolo napolitano non ha avuto più bene. Ultimamente si moltiplicano a dismisura gli animi napolitani con la voglia di fare qualcosa contro il sistema italiano nordista, specialmente dopo il proliferare di denunce scritte da comitati popolari e dalla sempre maggiore uscita di libri che mettono in evidenza il perché si è fatta l’italia e il come sono riusciti a fare della Napolitania una colonia interna.
Oltre tutto siamo costretti a subire impassibili alle false accuse di deficienza nazionale e a offese che gratuitamente i signorotti verdastri lanciano contro di noi popolo napolitano. Così oltre ad essere definiti sporchi, puzzoni, inetti, terroni, colerosi, meridionali, inferiori, senza mai ricevere il privilegio di essere definiti italiani se non quando indossiamo una divisa, dobbiamo essere attaccati continuamente dai buzzurri verdastri che ci fanno sentire la mano del padrone quando ci minacciano di non preferire i professori meridionali al nord. Ebbene, nessun meridionale e/o meridionalista che siede alla stessa tavola romanista e milanista del Bossi, ha preso parola e gridato alla vergogna, così come dovrebbe fare ogni rappresentante della nostra gente. Questo è razzismo pulito!

E poi ci usano come colonia allo stesso momento, lanciando l’idea di sfruttare di più il petrolio lucano per tenere bassa la bolletta energetica. Questo è un sopruso che l’oppressore italiano attua nei confronti di un italia meridionale sempre più colonia per favorire gli interessi del settentrione.
Per questo motivo io dico BASTA! Stiamo vivendo una guerra silenziosa, fredda, iniziata 150 anni fa e che solo dopo i primi dieci anni di rivolta sono riusciti a corrompere la plurisecolare nazione napolitana. Ora è venuto il momento di riprenderci la nostra dignità di nazione, il nostro orgoglio di popolo e il nostro onore di Patrioti, perché se fino ad ora abbiamo subito vergognosamente, è anche vero che è venuto il momento di riprenderci da soli il nostro futuro. Questo lo dobbiamo ai nostri avi che combatterono per le nostre terre e che furono definiti briganti. Lo dobbiamo ai nostri figli che possano ritornare a vivere nella propria terra natia senza emigrare.
C’è una guerra in atto? Bene! Ma da oggi non subiremo più in silenzio, chi è silenzioso si rende complice del sistema oppressivo italiano. Perciò dobbiamo rispondere ai vili attacchi dei buzzurri settentrionali. Come? Ebbene loro vogliono boicottare i nostri professori, lavoratori costretti a lavorare altrove? E noi risponderemo boicottando i prodotti settentrionali. Tutto il popolo, tutta la Napolitania si deve mobilitare per dare una risposta a questi infami. “NON SI COMPRINO PIU’ PRODOTTI SETTENTRIONALI”. Questo è il messaggio che dobbiamo coltivare da questo momento in poi e così vediamo se siamo la loro colonia o se siamo un popolo orgoglioso di essere napolitano.
Viva la Napolitania Libera!

Antonio Iannaccone
Portavoce del FLN – Fronte di Liberazione della Napolitania

 

 

LIBERIAMO LA NOSTRA TERRA

Già in passato si è dato spunto nel comprare i nostri prodotti meridionali preferendoli a quelli settentrionali. L’Associazione culturale neoborbonica promosse il comprasud, invogliando proprio a comprare prodotti fatti dalle aziende del sud. Ma l’idea non è stata diffusa. Qualcun altro ha usato l’idea per altri scopi ed anche movimenti politici meridionalisti hanno più volte usato questo slogan. Però noi riteniamo che ciò non sia uno slogan, ma è l’unica arma che abbiamo per contrastare le porcate dello stato italiano che ci opprime.

Ultimamente noi del FLN-Fronte di Liberazione della Napolitania ci siamo dedicati al boicottaggio dei prodotti settentrionali, usando ogni mezzo possibile, in particolare il web, così come ha fatto anche la pagina Briganti e non solo.
Perciò noi del FLN abbiamo elaborato il messaggio rinnovandolo nelle direttive che le persone semplici possono attuare, creando un volantino da consegnare a parenti, amici, vicini e conoscenti. Magari consegnandolo a tutti i passanti delle strade delle nostre città.

Per questo motivo si chiede la collaborazione di tutti i cittadini della Napolitania, dagli Abruzzi alla Basilicata, dal Molise alla Calabria, dalla Puglia alla Campania, di scendere in campo a difendere il proprio onore di popolo e nazione mediante un piccolo gesto di diffusione dello stesso volantino qui in appresso pubblicato. Non ci vuole molto per essere dei validi Patrioti, basta un po’ di volontà e spirito d’iniziativa.

Per fare volantinaggio non c’è bisogno di autorizzazione alcuna, che serve solo in caso di occupazione di suolo pubblico con tavolini o gazebo. I volantini possono essere dati a chiunque incontriate per le strade e volendo si possono mettere anche nelle cassette della posta. Il messaggio è importantissimo ed è urgente che tutti ne vengano a conoscenza.

Il volantino può essere stampato su foglio A4 avanti e retro; tagliato a metà fuoriescono 2 volantini pieghevoli scritti dentro e fuori in ogni lato, pratici e tascabili. Altrimenti si può scaricare la versione unica stampabile su un solo lato.

FLN – Fronte di Liberazione della Napolitania

Il Direttivo

 

Volantino da stampare in: Volantino fronte-retro

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